20/12/2018

E' SCOMPARSO GIANCARLO ' DECA' DE CAROLIS

Deca non è più tra noi. Socio fondatore del Club e straordinario rotariano, ci ha donato momenti indimenticabili. Proprio pochi giorni fa ci ha fatto un dono, l'ultimo di una lunga serie, con la sua opera ad impreziosire il menu della cena degli auguri. Ognuno ha un suo ricordo speciale legato a Giancarlo De Carolis. Usiamo quello degli amici di Pangea News. Il funerale domani alle 10.00 a Rimini, alla Chiesa di San Girolamo. Ciao Deca, riposa in pace.

 

CIAO “DECA”! CI LASCIA GIANCARLO DE CAROLIS, L’ULTIMO DEGLI JEDI. PLURINOVANTENNE, CONOBBE MORANDI, FECE UNA GITA CON PASOLINI IN DIVISA FASCISTA, SUO PADRE DIPINGEVA GLI AEREI DI D’ANNUNZIO

 

Per la barba di Tolstoj. Proprio così. Fu la barba di Tolstoj. Poi dalla barba di Tolstoj passammo alla punta per le incisioni di Giorgio Morandi. Poi mi raccontò di quando un giovane Pasolini, addobbato alla fascista, portò in gita una scolaresca bolognese. Tra i pupi – incantato dall’eleganza e dall’elegante oratoria di PPP – c’era anche lui. Giancarlo De Carolis, classe 1923, era un uomo d’altri tempi? Macché. Era un uomo che ad ogni parola inventava un futuro ancestrale. Proprio così. Era un esteta nell’arte del paradosso. D’altro canto, incisore eccellente, sapeva che per far vedere una cosa devi scavare, vedi ciò che non c’è, vedi il vuoto. Devo dire che fui incantato. Per la barba di Tolstoj. Nel 2015, con l’editore Raffaelli, pensiamo di pubblicare una parte dei magnifici, miliari “Diari” di Tolstoj. Raffaelli fa le cose in grande e affida l’illustrazione di Tolstoj a Giancarlo De Carolis. La xilografia proposta dal grande De Carolis, ‘Deca’ per gli intimi, è un capolavoro: dopo svariati bozzetti l’artista opta per un Tolstoj dalla barba immane. Difficilissima da realizzare, opera di raffinatezza nello scavo. ‘Deca’ ha vissuto, nell’anima, da artista, a Rimini è stato un medico ortopedico indimenticato, di fama: ha preso lezioni, a Bologna, da Giorgio Morandi e ha sposato una sua talentuosa allieva, Giuliana Mazzarocchi, pittrice assai apprezzata da Francesco Arcangeli, tra gli altri. Una vita segnata da un destino d’arte – lo zio, Adolfo De Carolis, è stato il massimo incisore del Novecento italiano; il papà, Dante, tra le altre cose, ha dipinto i velivoli di D’Annunzio quando il Vate ha fatto l’impresa aerea su Vienna – e di dolore – il figlio, Mattia, muore imbarcato sul ‘Parsifal’, nel 1995, durante una delle tragedie nautiche più gravi della storia recente – quella del ‘Deca’, interrotta questa notte, forse mentre dialogava con i suoi avi pittori. I suoi “Aforismi e noterelle” sono libri formidabili – esempi: “Ci sono scrittori che scrivono per essere letti ed altri per leggersi” – che non trovate nelle grandi catene librarie; le sue incisioni sono speciali, ma non le trovate alla Tate o nelle gallerie di arte contemporanea; la sua verve, la sua vibrante intelligenza sono irriproducibili. In un articolo l’ho definito come uno jedi, un antico maestro, uno che non sta nelle enciclopedie, ma nelle encicliche del cuore, uno che ha fatto davvero la storia. L’ho conosciuto grazie al grande architetto Fabio Mariani, che è riuscito in una impresa straordinaria: quest’anno la Biennale del Disegno di Rimini ha dedicato una mostra alle “Xilografie e Carte” di De Carolis, mentre in altro contesto erano esposte opere dello zio Adolfo. Finalmente l’opera del ‘Deca’ messa in mostra insieme ai grandi artisti di ieri e di oggi, lui, giovane incisore di 95 anni! Gli ero simpatico e un giorno tirò fuori da una cartellina un breve memoriale. Ricordava il suo incontro con Pier Paolo Pasolini. Fui sorpreso e commosso. Ne scrissi qualche articolo. Ora, in memoria, e anche per tentare un po’ di ‘archivio’ intorno a un personaggio tanto luminoso da preferire le zone d’ombra e i flutti del pudore (ma visitarlo nella sua casa-studio era una festa delle intelligenze e del buon umore), ricalco alcuni articoli pubblicati negli anni. Il primo è stato pubblicato il 17 agosto 2017 su ‘Rimini 2.0’ e ripreso dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia; gli altri, precedenti, sono stati editi da “La Voce di Romagna” e proposti, in forme diverse, a ‘il Giornale’. ‘Deca’ era una personalità eccentrica, imprevedibile, aliena al noto, inafferrabile; l’anima elettrica di un bimbo lo percorreva. Ci vuole genio per vivere così, altro che Picasso. (Davide Brullo)

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Alcune opere di Giancarlo De Carolis per il Club Nautico di Rimini

“Se non sei un artista, pazienza”: incontro con il ‘Deca’, l’ultimo maestro

11,30, Bar Embassy, arriva il maestro. Un tempo per incontrare un ‘maestro’ si facevano chilometri, si viaggiava per mesi. Non c’è bisogno di andare all’Atene di Aristotele. Negli anni Sessanta a valanghe atterravano a Parigi ad ascoltare Jacques Lacan e Roland Barthes. Che sia stato tempo ben speso, lo dirà il tempo. Quanto a noi, basta andare al Bar Embassy, Rimini, ‘marina’, intorno alle 11,30. Di solito, al tavolino, siede un tipo baffuto, d’incomparabile eleganza – spesso indossa indimenticati papillon – con bastone fedele al fianco. Occorre farsi ghermire dalla qualità della chiacchiera – un’arte antica e tramandata – di costui, che è un viaggio nel tempo, così piena di arguzia e di dolce cinismo. Giancarlo De Carolis, classe infinita, è una specie di ruspante Mosè di questo lato di mondo. Già medico di pregio, ha vissuto immerso nell’arte: suo zio, Adolfo De Carolis, è il massimo incisore del secolo scorso, ha illustrato le opere di Gabriele d’Annunzio – compresa la Francesca da Rimini – e di Giovanni Pascoli, è autore che si studia nelle scuole d’arte. La moglie di De Carolis, invece, Giuliana Mazzarocchi, già amata insegnante, è pittrice di valore, scoperta da Giorgio Morandi – alle cui lezioni partecipava pure il ‘Deca’, come è battezzato amichevolmente – di cui Francesco Arcangeli ha scritto, “è in lei una costanza, una necessità, una incapacità alle deviazioni dannose che fanno della sua opera qualche cosa di felicemente acquisito; qualche cosa cui ci si può riferire con sicurezza”.

“Osservavo Pasolini con un misto di ammirazione e antipatia”. Artista ‘esploso’ in veneranda età, notevolissimo incisore – da collezione le cartoline per il Club Nautico riminese, fatte, per altro, anche in memoria di Mattia De Carolis, scomparso tragicamente nel 1995, in mare, a bordo del ‘Parsifal’ – il ‘Deca’ ha una conoscenza eccentrica della storia dell’arte. Quanto a me, io lo amo anche come scrittore. Le sue storie, delicatamente rètro, con un retrogusto di irosa malinconia – ad esempio, la placca Le mamme ai Giardini Margherita – hanno le cadenze di un mondo perduto, perciò bellissimo. Tra i testi che conservo con una certa gelosia c’è un dattiloscritto del 1985 in cui il ‘Deca’ ricorda “l’inverno 1938/1939, un tempo così lontano per situazioni e cultura che vien da rabbrividire a pensarci”. Che ha di bello quella storia? Che il ‘Deca’ incontra, in una gita studentesca, Pier Paolo Pasolini, “in perfetta divisa del Guf (Gioventù universitaria fascista): sahariana nera con spalline azzurre, fazzoletto pure azzurro al collo, calzoni grigi da cavallerizzo, stivali neri”. A causa “di una mostruosa attitudine allo studio”, Pasolini, a 17 anni, è già all’Università. “Io l’osservavo con un misto di ammirazione e di antipatia, lo confesso. Questo ‘enfant prodige’ che si permette di andare all’Università a 17 anni e che subito era divenuto collaboratore del giornale letterario del Guf, l’Architrave”. La scena in cui il giovane Pasolini prende con sé i liceali e racconta loro le “storie di boscaioli e di neve, di madri e di animali, di lavoro duro e di poco pane, di solitudine” del suo Friuli, e i ragazzi sono lì, “presi, affascinati (…) per l’interesse che ci suscita con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita in un frastuono di propaganda urlata”, è bellissima. Il racconto, che dura 15 pagine dattiloscritte, insolito rispetto alla bibliografia pasoliniana ‘ufficiale’, mi sembra straordinario. Ho tentato – finora inutilmente – di farlo pubblicare a un editore che sappia valorizzarlo. Ritenterò.

La Street Art? Una degenerazione. La bibliografia personale del ‘Deca’, artista instancabile e polimorfico, aforista quasi di professione, è ormai faraonica. Solo per l’editore riminese Raffaelli, stampate per gli amici in copie risicate, ha pubblicato cinque libretti. L’ultimo, ancora in forma di taccuino, s’intitola Piccolo zibaldone sull’arte moderna e contemporanea ed è un tesoro di ispirazioni. De Carolis s’è messo in testa di ricapitolare l’ultimo secolo artistico, dall’Art Déco (“Il Liberty è una forma di arte signorile, patrizia anzi. Per questo, non fu popolare”) alla Pop-Art, con una intelligenza icastica, sarcastica (“La Street Art è una contumelia contro ogni ‘distinzione’ e una ‘degenerazione’ artistica dell’Arte”; “La pittura di Mark Rothko è la pietra tombale della grande Arte”; “Se non sei un artista, pazienza. Cerca però di gestirti come tale”) che ricorda il Witold Gombrowicz del Corso di filosofia in sei ore e un quarto. Il manoscritto, è in attesa di editore pure quello. Sentirlo leggere dal vivo dal suo autore, è una rara esperienza in una città nota e risaputa come Rimini.

Vogliamo un catalogo dei ‘grandi vecchi’ riminesi. E una mostra. Sintesi dell’articolo. Andrebbe stilato un catalogo dei ‘vecchi maestri’ di Rimini, come il ‘Deca’. Sono monumenti viventi più utili dell’Arco d’Augusto. Bisogna rincorrerli, registrarli, metterli a disposizione dei riminesi come un ‘bene pubblico’. I vecchi maestri, quando non sono rimbecilliti dal contemporaneo, sono molto più interessanti dei comuni mortali, afflitti dalla vita, frastornati dal sistema dei consumi costi quel che costi – e quanto costa… Quanto al ‘Deca’, artista di prestigio, ho un’altra idea. Alla prossima Biennale del Disegno bisogna metterlo in mostra, in scena. No, non intendo le sue opere – l’Assessore alle arti attuale non sa andare oltre il perimetro tribale dei propri pregiudizi. Bisogna mettere in mostra lui, il ‘Deca’. Una stanza. Una poltrona. Una scrivania piena di fogli. Una libreria. E la gente. Mezz’ora con Giancarlo De Carolis detto ‘Deca’, artista riminese d’altri tempi. Ecco il titolo della mostra. Si varca la stanza, ci si siede di fronte a lui. Si parla, si condivide un caffè. Soprattutto, si ascolta. Che bello. (17 agosto 2017)

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Pasolini fu giovane e fu fascista. Ricordo intriso di “luce notturna”

Gioventù fascista. Nella recente e improvvida santificazione di Pier Paolo Pasolini, nessuno ha voglia di ricordare la pagina nera. Già, anche Pasolini è stato fascista. Come tutti, per carità. Allievo modello al Liceo Galvani di Bologna, PPP brucia le tappe (nel 1939, a 17 anni, per meriti gli è concesso di discutere la maturità e poi di iscriversi all’Università bolognese) collabora ad “Architrave”, foglio della Gioventù Universitaria Fascista (in cui, a dirla tutta, si sono sgranchiti la penna anche Enzo Biagi, Roberto Roversi e Francesco Arcangeli, per dire di alcuni), e su “Il Setaccio”, rivista della Gioventù Italiana del Littorio. Una memoria di quegli anni, anzi, un Ricordo di Pier Paolo Pasolini studente ci proviene, come un sontuoso fossile, da Giancarlo De Carolis, figlio d’arte (lo zio Adolfo è tra i massimi artisti liberty del Novecento, illustrava i libri di Pascoli e di D’Annunzio; il padre, Dante, ha decorato i velivoli con cui D’Annunzio ha volato su Vienna), di un anno più giovane di Pasolini, compagno al Liceo Galvani, che nel 1939 incontra il poeta (nel 1941 comincia la scrittura delle Poesie di Casarsa, subito notate da Gainfranco Contini) in un Campeggio invernale a La Villa in Val Badia. Un ricordo, in realtà, che ha preso forma di fascicolo dattiloscritto di 16 pagine, redatto in origine nel 1985, per far memoria dei primi dieci anni dalla morte di Pasolini. De Carolis tira fuori lo scritto oggi, dopo lo scotto di allora: “inviai la mia memoria al Fondo Pier Paolo Pasolini di Roma. Nessuno mi ha mai risposto, probabilmente giudicarono lo scritto di scarso interesse”. Ma cosa dice questo scritto di tanto urtante per la vulgata?

Niente. De Carolis, narrando con saggia delicatezza il «campeggio invernale» promosso, «nell’inverno 1938-39 a cavallo fra Natale ed Epifania», dal GIL, «l’organizzazione giovanile fascista», non dice niente di strano, ma qualcosa di ovvio e nello stesso di rimosso: che tutti a quel tempo non potevano non dirsi fascisti. L’incontro con Pasolini accade a La Villa, appunto, in Val Badia, all’ora di pranzo. «Manca qualcheduno, lo denuncia la sedia non ancora occupata. Aspettiamo. Ed ecco che, quasi ad arte, fa la sua entrée Pier Paolo Pasolini». Con i quasi coetanei (De Carolis ha un anno meno di lui) Pasolini, «in perfetta divisa del GUF: sahariana nera con spalline azzurre, fazzoletto pure azzurro al collo, calzoni grigi da cavallerizzo, stivali neri», non dialoga, «erano tanti più immaturi di lui», che si ergeva abissale e ostile. D’altronde, lui, «a causa di una mostruosa (così allora mi pareva) attitudine allo studio, a furia di saltar classi, si era trovato all’Università precocissimamente». Il fatto di essere “superdotato” «doveva inorgoglire il ragazzo», che non era affatto simpatico, ostentando «un atteggiamento misto di sussiego e di presunzione, ma soprattutto di vanità […]. Il tutto amalgamato poi da una fortissima carica di esibizionismo che gli sarà poi utilissima per esprimere e far accettare quelle doti d’intelletto che indubbiamente possedeva in maniera fuor dal comune».

L’epifania del diverso. Durante i reiterati pranzi insieme, Pasolini «siede a capotavola, sulla mia destra, due posti dopo il mio», vuole le attenzioni di tutte le cameriere, fa qualche battuta in direzione di «un bel ragazzo molto bruno, dai capelli nerissimi e riccioluti», donandogli l’epiteto, «Montanari, sei bello come un fiore nero», scatenando domande: «Cosa vuol dire PPP con questa frase? […] È forse solo un omaggio innocente alla bellezza non senza una punta d’ironia, da parte del poeta che sta per nascere». Pasolini sconcerta, «io l’osservavo con un misto di ammirazione e di antipatia, questo “enfant prodige” che si permetteva di andare all’Università a diciassette anni e che subito era divenuto collaboratore del giornale letterario del GUF». Eppure, ci sono due passaggi, in questa clamorosa e tersa memoria, che ci fanno palpare il Pasolini ancora ragazzo, profezia dell’intellettuale che sarà. Pasolini «impeccabilmente vestito da sciatore anteguerra» che seduto «su di un gradino delle scale che portano ai piani superiori», raccoglie a sé i ragazzi, «narrando avventure del suo Friuli che sembrano fiabe», «con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita in un frastuono di propaganda urlata, ogni giorno». E poi Pasolini, di notte, quando «la neve scricchiola sotto gli scarponi, fa freddo, il cielo è stellato come sa essere solo in montagna», che sta «solo, fermo, colpito da quella luce notturna», che non vuole nessuno se non la solitudine, «non vuole perdere il contatto magico con la natura assoluta, cosmica». Così, di spalle, inoltrandosi nella natura e nella Storia, quel «ragazzo che il destino aveva segnato per un futuro drammatico, con cui avrebbe pagato il privilegio di una sensibilità e di un’intelligenza eccezionali», quel ragazzo, soltanto un ragazzo tuttavia già precocemente adulto, che lasciava in chi lo incontrava l’«oscura coscienza di sentirlo “diverso”», era già altrove, era già un eretico, nel nonluogo di una glaciale malinconia. (4 novembre 2015)

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“Per mio padre Gabriele d’Annunzio ha rimandato il volo su Vienna”: dialogo con Giancarlo De Carolis

La scrivania è piena di fogli. Lui si muove come il suo “folletto dei boschi”, creatura evanescente, ironica, inafferrabile. Scatena il tavolo. Tira fuori l’opera. «Ho lavorato a questo per tutta l’estate». Il volto di Lev Tolstoj. «Vedi, il problema era la barba, come fai a inciderla?». Mi mostra la matrice, che compra a Praga, come gli strumenti per graffiarla. Il volto del vecchio Tolstoj, che andrà ad adornare un libro edito prossimamente da Raffaelli, scavato con genuina rapacità, è rude e mistico. Per ispirarsi «mi sono rivolto a Emil Nolde e a Ernst Kirchner», ma soprattutto, dico io, alla sua sapienza atavica. Si aggira nello studio con elfica leggiadria, Giancarlo De Carolis. Classe 1923. Tra i più ispirati incisori di questa terra. Recluso al quinto piano della sua casa riminese, in un palazzo alle spalle del mitologico Embassy, pressoché ignorato dagli artisti ignoranti e globalizzati, «l’unica mostra che ho fatto? Nel 1964, a Urbino, insieme a Renato Bruscaglia e a Pietro Sanchini. Adesso è una perdita di tempo». 

 

Lev Tolstoj secondo Giancarlo De Carolis, 2015

Giorgio Morandi? Un cretino-genio. Bologna, anno di grazia 1947. In mostra, accademici e dilettanti. Giuria composta da Roberto Longhi, Francesco Arcangeli e Giorgio Morandi. «Partecipai anch’io, ma cosa vuoi, nessuno si accorse di me…», sussurra De Carolis, con il suo spirito corrosivo. Piuttosto, Morandi si accorge della moglie di De Carolis, Giuliana Mazzarocchi, sua allieva e futura, indimenticata professoressa al Liceo classico di Rimini, quello frequentato da Fellini. «Morandi impiegava dieci giorni per spiegare ai suoi studenti come costruirsi da soli una punta per incisioni, che potevi comprarti con due lire. Per questo dico che è un “cretino-genio”: quando gli parlavi sembrava un po’ sciocco, ma la sua opera è straordinaria, ovvio. Anche Albert Einstein è un “cretino-genio”…». La punta per incisioni di Morandi è a casa di De Carolis, con tanto di firma. «Mia moglie non riuscì a farsela da sé. Allora Morandi le regalò la sua».

Dagli astrattisti alle cure per la virilità. De Carolis non è un artista accademico, al contrario, «la storia dell’arte fatta dalle Accademie ha frenato la curiosità, l’iniziativa davvero ispirata». Cresciuto in una famiglia di artisti, lo hanno obbligato a mettere la testa a posto, a studiare medicina. Pratica al “Rizzoli” di Bologna, si specializza a Parigi e negli Stati Uniti, diventa un ortopedico di fama. La professione non lo distoglie dall’arte, «che frequento, anzi, gioco, da quando ho sette anni». Nel 1949 è a Firenze, arretra dall’ambiente dei medici, «non mi piaceva affatto il loro snobismo», frequenta Vinicio Berti, Alvaro Monnini, Gualtieri Nativi e Mario Nuti, i fondatori dell’“astrattismo classico”. «Bravi pittori. Anche se con loro litigavo un po’». Perché? «Perché per me l’arte è soprattutto libertà. Non può esistere una differenza ideologica e pregiudiziale tra astratto e concreto: alcune cose vanno fatte in astratto, altre ricorrendo alla forma». A Firenze però diventa famoso per ben altre magie. «Lavoravo per l’esercito, mi chiamavano il “curatore di uccelli”». E ride, De Carolis, con la sua eleganza un po’ dandy, un po’ dadaista. Che vuol dire? «C’era un napoletano che aveva un problema proprio lì. Necessitava di una circoncisione. Lo operai. Il giorno dopo viene da me, “caro dottore, sono solo un tenente, ma lei mi ha fatto un uccello da ufficiale!”». In quegli anni De Carolis conosce anche Walter Reder, l’ufficiale delle SS responsabile della strage di Marzabotto. «In quel periodo era mio prigioniero, per così dire. Aveva un’altissima percezione del “dovere militare”, non penso sia totalmente colpevole di quei fatti, ma la questione è molto delicata. Ricordo che passava le giornate a leggere la “Divina Commedia”, era molto educato».

Il decoratore del Vate. Artista fuori dai canoni, che si prende in giro (è capace di convincerti che la sua opera migliore è un’incisione stampata su una maglietta che celebrò, nel 1984, i 50 anni del Club Nautico di Rimini, mentre, distrattamente, ti fa svolazzare sotto il naso un vero capolavoro, l’autoritratto del 2010, “L’incisore dalla bocca torta”), che «non faccio classifiche perché l’arte non è mica una gara di biciclette», però poi si produce in corrosive didascalie (su Giuseppe Capogrossi: «poveretto, condannato a fare scarafaggi per tutta la vita…»; su Ottone Rosai: «non capisco perché sia così famoso. Non sa dipingere. Certo, qualche paesaggio, nonostante lui, per caso, gli è venuto bene»), De Carolis non ha potuto fuggire dalla mania di famiglia. Lo zio, Adolfo De Carolis, è tra i massimi incisori del secolo scorso, ha illustrato i libri di Giovanni Pascoli e di Gabriele D’Annunzio. Insieme al papà di Giancarlo, Dante, tra le molte commissioni, affresca il Palazzo del Podestà di Bologna. «Sa, per mio padre il Vate posticipò il suo famoso volo su Vienna…», attacca l’aureo erede. Che vuol dire? «Mio padre, Dante De Carolis, era un ottimo decoratore. Fu richiamato dal fronte per espressa volontà di Gabriele D’Annunzio. Gli chiese di dipingere con vessilli dannunziani i dodici velivoli “Ansaldo S.V.A.” che avrebbero sorvolato sull’Austria». 

Mette in guardia Papa Francesco. Consapevole che «è finita l’epoca dei grandi quadri ad olio, ormai siamo bombardati di immagini, Internet ti disorienta», DeCarolis combatte la battaglia nell’eremo del suo appartamento-bunker, come un sopravvissuto, ridendo. Nei suoi progetti, oltre alle superbe incisioni “marine”, c’è la scrittura di uno “Zibaldone dell’Arte moderna e contemporanea”. Aforista micidiale (fa stampare tutto, in copie numerate, dall’editore Raffaelli), ha messo in guardia Papa Francesco («La Chiesa cristiana che converge sempre più verso la “sinistra”, non si rende conto del rischio mortale che corre»), sa che «oggi ci sono “scuderie” di artisti ispirati da critici-manager», e che il segreto dell’arte è che «il buon artista ama fare ciò che gli è naturale fare». Semplice. Che DeCarolis sia l’ultimo dei saggi, una specie di ipnotico maestro jedi? (12 settembre 2015)

 

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