10/04/2018

CRONACHE MALATESTIANE: NEVIO MONACO CAPITANO FIN DA PICCOLO

 Cinquantenario del 68 e di ciò che, nel bene e nel male è venuto dopo. Quando omicidi attentati, e sequestri (Brigate rosse e Nuclei armati proletari da una parte, Ordine Nuovo e Nuclei armati rivoluzionari dall’altra) riempivano le pagine dei quotidiani e sembrava che l’Italia dovesse piombare da un momento all’altro nella guerra civile, un malatestiano puro sangue difese, in prima fila, e spesso con la pistola in pugno, le Istituzioni. Quel Capitano dei Carabinieri è stato alla fine promosso maggiore ma per me avrebbe dovuto rimanere Capitano per sempre. La ragione? Esclusivamente letteraria. Provate infatti a sostituire “O maggiore, mio maggiore” a “Capitano mio Capitano” e vi accorgerete che i versi immortali di Walt Whitman non suonano più tanto bene. Insomma il Capitano che “deve morire” secondo il “pizzino” dei brigatisti che hanno cercato per ben tre volte di farlo fuori, il Capitano per antonomasia, le cui gesta venivano riportate continuamente dalla stampa e dalla TV nazionale, il Capitano degli anni di piombo, non può identificarsi che in lui. E le parole del Poeta (andate a rileggerlo!) esprimono perfettamente il sentimento profondo che ha legato al Capitano Nevio Monaco (il “nostro” Nevio) gli uomini del suo leggendario Nucleo Investigativo. Quei ragazzi che lo hanno seguito dovunque, dalle indagini sulla strage dell’Italicus, a quelle sull’omicidio del Brigadiere Lombardini, dalle brillanti operazioni condotte col Generale della Chiesa agli scontri a fuoco con i peggiori terroristi. Quei ragazzi che giunsero perfino a scortarlo contro la sua volontà, di nascosto, le poche volte in cui tornava in famiglia. Di quelle innumerevoli imprese, già, all’epoca circondate da un alone di leggenda, fa fede “Il Capitano deve morire” edito recentemente da Panozzo, l’imperdibile volume al quale vi rimando. Qualcosa ve la rivelo invece io. Ragazzino, Nevio era già capitano della squadra di calcio dei Salesiani. Trascinatore anche allora di un gruppo che, seguendo il suo esempio, non faceva davvero troppi complimenti. Se ne accorsero quelli di Campo Trieste, pure in fama di duri, che, in una partita che non dimenticherò mai, le presero in tutti i sensi. Una roba che dai “burdell di prit” non ce la saremmo proprio aspettata. Come le Brigate Rosse, d’altronde, trent’anni dopo.

Gibo Bonizzato

stampa la notizia in pdf