18/10/2017

LA DURA VITA AL PORTO DI RIMINI

Grazie a Roberto Venturini, è stato possibile conoscere un pezzo di storia del porto di Rimini, dei pescatori che lo hanno frequentato e della comunità che vi ha gravitato intorno.
A Rimini il porto esiste fin dall'antichità. Nel Medioevo i porti furono addirittura due, ma entrambi subirono gravi danni quando nel '300 la Riviera fu colpita da diverse burrasche, tanto che ne rimase solo uno. Risale invece al 1417 l'inizio dei lavori per la costruzione del porto canale, per volere di Carlo Malatesta. Nel corso dei secoli la conformazione del porto è cambiata continuamente e Venturini ci ha proposto immagini dell’800. Ad inizio secolo le barche erano un centinaio, ma già intorno al 1885 gravitavano oltre 4.000 persone intorno al porto, 1500 dei quali pescatori.
Vite difficili, durissime, che vedevano coinvolti anche i più piccoli. Trabaccoli in balìa delle onde, senza strumenti di previsione…
Una serata anche dura, perché ascoltare di tanta miseria vissuta nella nostra città, ha lasciato un po’ tutti scossi.
Qui di seguito una cronaca giornalistica che rende l’idea della situazione quotidiana al porto di Rimini



IL NAUFRAGIO DEL TRABACCOLO CLEMENTINA

liberamente tratto da un articolo de Il Corriere Riminese

In quella notte di tempesta tutti tacevano a bordo. Rannicchiato sui suoi stracci all’interno della bassa stiva del trabaccolo, dove secondo il solito gli era stato ordinato di scendere quando il vento era rinforzato e il mare aveva cominciato a gonfiarsi, il giovane mozzo se ne stava da solo ormai da molte ore, trepidante nell’oscurità più nera mentre la barca sobbalzava, squassata dalle onde. Tutti gli altri membri dell’equipaggio erano in coperta, fradici di pioggia e di acqua marina che arrivava da ogni parte, muti e pronti agli ordini del comandante che, aggrappato alla lunga barra del timone, cercava come poteva di cavalcare le onde in modo che la barca, scendendo da quei flutti, non si intraversasse o non si ingavonasse all’improvviso.
Tutti tacevano a bordo, la gola stretta dall’angoscia ben sapendo che quelle erano le ultime ore del Clementina.
Attorno era tutto troppo buio e proprio quell’oscurità diceva chiaramente a loro, che erano abituati a leggere i più piccoli dettagli del paesaggio marino, che il vento da nord est li aveva ormai sospinti davanti ad una costa disabitata, tetra e paludosa, dove i banchi melmosi dei sedimenti trasportati dal grande fiume formavano trappole inesorabili dalle quali nessuna imbarcazione, una volta catturata, poteva trovare scampo.
E così a un tratto avvenne. Sceso con violenza dall’ultima onda che l’aveva afferrato e poi spinto in avanti in una veloce planata, il Clementina toccò improvvisamente il fondo con la prua e subito arrestò la sua corsa mentre l’ondata successiva lo intraversò al mare che in un attimo finì per sommergerlo. Il trabaccolo restò lì, conficcato su quel fondo colloso, dal quale emergevano solo i due alberi. Gli uomini di coperta erano stati sbalzati subito in mare nel momento in cui la nave aveva picchiato nel fondo. Tutti tranne due, il comandante Raimondo Bucchi e suo figlio Gustavo, che erano riusciti ad afferrarsi all’albero e a resistere all’impeto delle onde.
Impigliati a quei cordami ormai laschi dove avevano cercato rifugio li trovarono il giorno dopo, ormai cadaveri, i marinai di un’altra imbarcazione che stava transitando lì nei pressi. Era il 13 febbraio 1889, un mercoledì, e si era nel cuore dell’inverno, quando la temperatura del mare arriva sì e no a sette gradi e quella dell’aria notturna scende sovente al di sotto dello zero.
“Non sapremmo dire quale peggiore sia stata la morte”, s’interrogò pensando alla sorte degli affogati e dei “morti di congelazione” il cronista che pochi giorni dopo raccontò alla città, dalle colonne de Il Corriere Riminese, l’ennesima tragedia che aveva colpito la sua marineria.
Il Clementina era un trabaccolo da carico che, si legge nell’articolo, “aveva caricato carbone fossile in Arsa ed era diretta a Ravenna”, una rotta che come vedremo compiva abitualmente. La nave era al comando di Raimondo Bucchi, marinaio riminese che ne era anche l’armatore a un non meglio noto Pericoli. Oltre al comandante, a bordo c’erano altri cinque uomini di equipaggio, tutti riminesi: Girolamo Cilla, Luigi Cambrisi, Domenico Andreati di Giovanni, Gustavo Bucchi (il figlio del comandante) e Giovanni Pavani, il muré, probabilmente giovanissimo.
Esperti com’erano di quelle acque, i marinai del Clementina non si sarebbero mai portati tanto vicini alla foce del fiume della quale ben conoscevano le insidie. Sicuramente a condurli verso quella sorte fu una tempesta di violenza eccezionale. Quella stessa notte infatti, oltre al Clementina, perirono, dice il testo, “altri 5 equipaggi di altrettanti legni chioggiotti”, un naufragio multiplo, come purtroppo ne accadevano diversi in quei tempi.
 

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