24/05/2012

SANTI, SANTINI, SANTUCCI. SIAMO DELLO STESSO SANGUE DI RAFFAELLO.

Il tema era intrigante. Enrico Santini e Nando Santucci hanno o no nelle loro vene il sangue del sommo Raffaello?
Avvalendosi dell’aiuto del noto storico d’arte Laire De Scippe, nonché della sua ricchissima biblioteca personale, Luciano Liuzzi ha illustrato le tappe della sua approfondita ricerca, prendendo le mosse dalla vita sentimentalmente piuttosto burrascosa del padre di Raffaello, il pittore Giovanni Santi. Il relatore ha innanzitutto descritto, con ricchezza di particolari, i rapporti del Santi con due donne,:Iolanda madre del di lui figlio naturale Manfreduccio riconosciuto Santini, da cui quasi certamente per coincidenza dei luoghi e altri riferimenti sarebbe disceso Enrico, e Esmeralda, madre di Marcolino cognome acquisito Santucci che per le medesime ragioni poteva considerarsi il capostipite del Nando. A rafforzare le suddette ipotesi, il raffronto tra un autoritratto del Santi e le foto scattate dal relatore al Santini e al Santucci. Ha preso quindi la parola Enrico che ha descritto in maniera assai suggestiva la sensazione arcana provata allorché, a Urbino, ebbe a varcare la soglia della dimora avita di Raffaello. Nando a sua volta ha rievocato un lontano episodio di gioventù, allorché a Bologna, studente universitario, una famosa veggente captò dalla sua aura vitale l’immagine di un grande artista del passato.
Giunto il momento delle domande, si è potuto assistere a due violente reazioni verbali del normalmente mitissimo Enrico, il quale non ha esitato a rispondere in malo modo a Serafino Succi che, considerata l’impossibilità di effettuare il test del DNA, gli aveva semplicemente domandato (quale ulteriore prova della sua discendenza) se sapesse almeno tenere una matita in mano. Quando poi il sottoscritto,incautamente, si è permesso di chiedere al relatore informazioni più dettagliate circa le qualità morali delle due antenate, e (ottenuta una sconfortante risposta) ha altrettanto incautamente commentato-“Beh, contenti loro…” il Santini ha dato addirittura in escandescenze, richiamando le benemerenze acquisite nel corso dei secoli dalla sua casata e rifiutando di conseguenza l’etichetta di “discendente di buona donna” che, secondo lui, avrei tentato, sia pur indirettamente, di appioppargli. Quando la tensione aveva ormai raggiunto il diapason, Luciano si è deciso a proiettare sullo schermo il nome del grande Storico che aveva ispirato e indirizzato le sue dotte ricerche facendo notare che, anagrammato, Laire de Scippe diventa PESCE D’APRILE. Al che grandi risate e applausi diretti in particolar modo ad Enrico per le sue notevoli capacità recitative.
“Non si smette di giocare quando si diventa vecchi. Si diventa vecchi quando si smette di giocare”.
Questo saggio principio ha indubbiamente ispirato gli eroi della serata, tre veri goliardi, che ( come hanno poi confessato) si sentono alquanto isolati, in una Rimini, un tempo terra di allegre patacate e spiritacci felliniani, che pare ora aver perduto irrimediabilmente la voglia di ridere e di scherzare. Ma forse non è così. E che il recupero di questo particolare aspetto della ‘riminessenza’ sia ancora possibile lo aveva già dimostrato il primo aprile la Voce di Romagna pubblicando a piena pagina i risultati della approfondita ricerca genealogica… dell’esimio Prof. Luciano Liuzzi.
GIBO

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