06/03/2012

LA NUOVA STAGIONE DEI SERVIZI PUBBLICI

Serata ‘tosta’ qualcuno ieri sera l’ha definita. Per due motivi. Il primo per l’ingresso di un nuovo socio, Maurizio Temeroli, segretario generale della Camera di Commercio di Rimini. Continuano a succedersi, dopo l’emorragia dell’ultimo biennio, gli ingressi nel Club, Nuova linfa, nuovi amici, e presto ne arriveranno altri per arricchire la qualità del nostro sodalizio.

A seguire la relazione del Prof. Giuseppe Farneti, esperto di normativa riguardante le società pubbliche, nonché ordinario di Programmazione e Controllo presso l'Alma Mater Studiorum Università di Bologna - Facoltà di Economia - Sede di Forlì di cui è stato Preside dal 2000 al 2006.
 
A tema una materia complessa, sottoposta negli ultimi anni a profondi interventi normativi, magari non portati a termine con la dovuta regolamentazione, ma ora in fase di acuta accelerazione.
Il filo logico del processo di riforma è quello di condurre ad uno scenario che veda collaborare maggiormente il Pubblico ed il Privato, ma creando maggiori possibilità per il mercato.
D’altra parte – ha rimarcato Farneti - se il Pil cresce in modo ‘omeopatico’, il benessere cresce se si razionalizzano i costi e se si migliorano i servizi.
In questi anni s’è assistito alla creazione di società commerciali, più o meno collegate al pubblico e da esso utilizzate anche per appesantirle da costi invece più attinenti alla politica in senso stretto. Sono queste società commerciali ad essere subentrate alle municipalizzate. Spa pubbliche che hanno sostituito il controllo con un monopolio, con servizi sempre più costosi e non sempre più qualitativi.
La società pubblica è diventata – è opinione comune – una ‘riserva’ della politica. Inoltre, fra patti di stabilità e ricerca di un grande equilibrio dei costi della macchina pubblica, queste società sono anche diventate strumento per eludere una condizione debitoria altrimenti vietata. E’ bene ricordare che è incostituzionale per il pubblico indebitarsi per sostenere la spesa corrente. La società commerciale non ha questi vincoli.
Il legislatore negli ultimi anni ha preso coscienza di questo e sta alzando una barriera sempre più alta da superare.
Per mantenere in capo a se stesso i servizi, l’ente deve stabilire che questi hanno finalità pubbliche e non potrà più svolgere attività commerciali. Se tali servizi hanno rilevanza economica, dovranno andare a gara. Non solo, gli enti devono verificare, analizzandola entro il 13 agosto 2012, la panoramica della loro attività con una ricognizione assai attenta. Devono altresì verificare se le attività hanno mercato. Se sì’, devono fermarsi dal gestirle. A breve sono attese le regole di questa ricognizione. La delibera va fatta prima di assegnare qualsiasi servizio. Il parere del Garante della concorrenza non sarà obbligatorio, ma vincolante, e dovrà arrivare entro sessanta giorni. Nell’affidare i servizi a gara, un indirizzo obbligatorio sarà quello di garantire una riduzione delle tariffe.
Altro limite per le società cosiddette ‘in house’ ovvero totalmente controllate dall’ente. L’affidamento diretto sarà possibile solo se la società svilupperà un giro d’affari al di sotto del 200mila euro annui. Comuni al di sotto dei 30mila abitanti non potranno attivare nuove società. Sembra farsi largo nel legislatore la volontà di creare nuove opportunità per società che abbiano incidenza su territori più vasti, almeno provinciali, con durata massima di tre anni.
Nel frattempo, per tornare alle società fornitrici di servizi, va detto che alla scadenza – o prima – dovranno andare a gara. A patto che la partecipazione pubblica non scenda al 40% entro il 30.6.2013 e al 30% entro il 31.12.2015.
“Credo sia grave – ha concluso Farneti, che non ha mai voluto citare esempi che riconducano alla realtà locale – che il dibattito politico non transiti su questi argomenti. Credo invece che il compito della politica debba essere affrontare soprattutto di questi temi. Il legislatore vuole che l’ente sia sempre più regolatore e sempre meno gestore. Va detto che più del 50% di questa normativa ha un’origine comunitaria e che l’Italia ha ‘appesantito’ l’intervento sulle società ‘in house’, perché ritiene siano diventate eccessiva ‘riserva’ della politica”

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