10/04/2012

LA CULTURA DELLA CITTA'

La cultura della città è qualcosa che viene da lontano. Nel caso di Rimini, da molto lontano. La cultura della città, di ogni città, secondo Massimo Mori nasce insieme a lei stessa. Nel caso di Rimini, più di 2300 anni fa.

Grande serata ieri al Club, perché è stato possibile coniugare il pensiero alto di cultura della città, comprendere pienamente come essa sia il sedimento di una lunga storia fatta di alti e bassi, di vittorie e di sconfitte, e poi declinarla nel quotidiano. E vedere come sia una grave offesa alla cultura stessa essere superficiali e negligenti rispetto al patrimonio che con generosità ci è stato consegnato.
 
“La cultura di Rimini nasce nel 295 a.C. – ha detto Massimo – quando le legioni romane sconfissero gli Etruschi fra Umbria e Marche. La loro vittoria schiuse le porte alla conquista della pianura padana e proprio qui, con il mare di fronte, in mezzo ad una folta vegetazione, fra due fiumi dei quali uno impetuoso, con alle spalle una collina perfetta da coltivare, nacque Ariminum. Una nascita fortunata, con abbuoni importanti vista la ricchezza naturale di cui era dotata.
La cultura progredisce nei secoli, viene tramandata dagli accadimenti, di padre in figlio, con anche momenti difficili nei quali però bisogna reagire e recuperare l’etica, ovvero l’educazione dell’anima. Perché dobbiamo ai nostri figli l’impegno a consegnare loro una città migliore di quella che abbiamo ricevuto, attraverso le opere, ma anche attraverso l’impegno e l’esempio”.
 
E qui forse una prima lezione. Perché un giudizio su una città non può essere dato sulla scorta di ciò che si scorge al momento, negli anni nei quali la si vive. La storia di una città è ‘ tutta’ la città, sin dalla sua nascita.
 
“A partire dalle mura, che la rendono riconoscibile, e che oggi andrebbero rese meglio evidenziate, quelle romane e quelle medievali, distinte le une dalle altre. Invece sono nascoste, talvolta deturpate”.
 
Altro argomento sul quale riflettere, il centro storico:
“Diamo atto che il disegno complessivo è stato mantenuto, i grandi monumenti sono dentro al centro storico, ma sono stati manomessi i palazzi che lo completano. Oggi assistiamo allo stravolgimento completo di immobili che hanno perso completamente l’identità che avevano, sacrificata sull’altare della stretta necessità residenziale o commerciale. Allora, laddove è inutile recuperare, meglio demolire e ricostruire con una architettura moderna, per lasciare ai posteri testimonianze del 21 secolo”.
 
La parte centrale della relazione di Massimo Mori ha riguardato la proiezione di numerose diapositive che hanno mostrato l’immagine di una Rimini trasandata. Luoghi storici ridotti al degrado, dimenticati dalle cure o peggio ancora offesi dai comportamenti di progettisti e di persone. Palazzi storici oscurati e cinti da cavi penzolanti, luoghi malridotti, erbacce e immondizia, cassonetti posizionati addosso a perle di architettura, un elenco interminabile che offende la storia di una città e che purtroppo è quotidianamente è sotto i nostri occhi tutti i giorni e spesso nemmeno più ce ne accorgiamo.
 
“Ci sono, è vero, tante cose importanti da fare, sulle quali è necessario un dialogo ed un confronto ai quali questa città non è abituata. Ma ci sono tante piccole cose che si potrebbero fare a costo zero, basterebbe attenzione, sensibilità e amore per la propria città”.
 
Il Rotary Club Rimini Riviera ha avviato da tempo un dialogo con l’Amministrazione e su questi argomenti confida molto sulla sensibilità e sull’attenzione mostrata dall’Assessore alla Cultura Pulini. A lui sarà indirizzata una lettera con evidenziate alcune cose che andrebbero fatte, con costi limitatissimi, ma che darebbero alla città una immagine migliore e soprattutto diffonderebbero fra la gente una certa quantità (seppur ridotta, ma meglio di niente o del contrario!) di virus benefico, ossia il gusto di vivere in mezzo al bello.
 
Un altro concetto molto importante proposto da Massimo ieri sera  riguarda il rapporto fra Rimini e la sua Università.
“Dobbiamo fare in modo che Rimini e la sua Università si incontrino di più, che dialoghino di più, che si conoscano meglio. Oggi c’è la sensazione che siano corpi separati o che l’arricchimento reciproco sia su basi di natura strettamente economica. Ci accorgiamo che c’è l’Università per lo schiamazzo che provoca… Mancano le occasioni di incontro e quindi nessuna delle due parti si arricchisce nel rapporto, porte e finestre sono chiuse. Il Rotary stesso potrebbe essere all’origine di un passo da compiere in questa direzione. Non esiste che uno studente viva in questa città senza conoscerla. Se non la conosce, difficilmente potrà rispettarla”.
 
Chiusura all’insegna della speranza. “Io ne ho, il vento può cambiare. Comincia a farsi largo l’idea che il passato può essere utile, farci i conti non è affrontare una barriera ma sprona a fare del nuovo e del bello, a lasciare una eredità che accresca la cultura della città”.

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